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L’ultimo regalo.

Passato.

«Lo vedi quel pezzo di cartone? È solamente appoggiato. Sembra un camino, ma in realtà è un’intercapedine. Serve a nascondere quello che preferisci. Hai qualcosa da metterci? Magari quegli orecchini verdi che ti ho regalato? » La nonna sorrise cercando di motivare Gaia. «Quelli a forma di conchiglia?». La bambina si alzò di scatto e raggiunse il cofanetto rosa sul suo comodino. Tirò fuori il suo tesoro e sul palmo della mano lo portò a destinazione. «Così saranno per sempre in un posto segreto». 

Aprì un occhio e controllò la sveglia. Le sette e un quarto. Ogni anno si prefissava di dormire almeno fino alle dieci, ma il Natale era capace di farla agitare ancora prima di mettersi ai fornelli. Quel sogno l’accompagnava da così tanto tempo da averci fatto l’abitudine. La casa delle bambole, quella che le avevano regalato quando aveva dodici anni, tornava nella sua mente a sostituire tutte le preoccupazioni logistiche del pranzo. Era iniziato esattamente dopo la morte della nonna, e quel sogno era così familiare, così normale, che si era trasformato anch’esso in una tradizione. Un giorno si era ritrovata a tavola di fronte a un roast beef e grazie a un bicchiere di Merlot di troppo aveva svelato ai suoi figli la storia della casa color glicine. Era un Natale come un altro, raccontò, quando suo padre arrivò con una costruzione in miniatura degna della migliore tradizione vittoriana. Poi la nonna ci aveva messo le mani, facendo un foro e coprendolo con un caminetto dipinto con colori ad olio, spaccando una gamba alla sedia intagliata alla scrivania del salotto, e posizionando una cassapanca creata con una scatola di fiammiferi all’entrata. Aveva chiesto a Gaia di non toccare mai quella scatola, di lasciarla lì per sempre. Come tutte le bambine curiose un pomeriggio, mentre era tutta sola, aveva aperto la finta cassapanca, scoprendo che era vuota. Crescendo però, e scoprendo che la nonna era stata portata via da un brutto male pochi mesi dopo quel regalo, aveva immaginato che le sue stranezze fossero dovute al declino nella sua mente. Prima di morire le aveva raccomandato, in pieno delirio, di lasciare quella scatola di fiammiferi al suo posto, e di tenere il suo tesoro nascosto. 

Si era ritrovata a sistemare la sedia rotta con dello scotch, per poter sedere la sua bambola di porcellana e fingere che fosse intenta a fare i compiti come lei. La nonna l’aveva vestita da fioraia, e continuava a ripetere che le rose avevano petali delicati e spine nascoste, come la vita. Le sue amiche, abituate a vestire le loro bambole con tulle rosa confetto e pettinare i loro capelli setosi, spesso ridevano osservando la coda di cavallo e il grembiule verde militare, che stonavano in quella casa allestita con gusto e curata in ogni minimo dettaglio. Crescendo Gaia inconsapevolmente si era ritrovata in una villa molto simile, nella periferia londinese. I casi della vita.

Presente.

«Dammi i soldi o ti taglio la gola, stupida puttana».

L’uomo, coperto da una maschera bianca anonima le spinse la testa per terra. Quella notte tutti sapevano che Gaia era sola in casa. Suo marito era partito per un convegno in Australia, e i giornali ne avevano parlato: John Everett, noto chirurgo plastico di Londra, avrebbe ricevuto un premio alla carriera durante il convegno annuale a Melbourne a cavallo tra Natale e Capodanno. I figli all’università, le luci spente, fuori il silenzio e la nebbia a coprire i lampioni illuminati. Lui le aveva regalato un mazzo di rose blu, prima di andarsene, che lei aveva appoggiato sul tavolo in sala da pranzo, correndo a salvare una confezione di thai red chicken curry che stava per scoppiare nel microonde. Erano ormai le nove e mezza quando aveva iniziato a tagliare i gambi dei fiori con la forbice da cucina, pungendosi distrattamente l’indice sinistro con una spina. 

«Lo so che sei piena di gioielli. Se non vuoi morire, tirali fuori».

Si era sentita osservata, mentre posava lentamente le rose nel vaso di cristallo. Ma non aveva capito. Poi qualcuno l’aveva bloccata alle spalle, spingendo una punta fredda nei reni. Fece solamente in tempo a nascondere le forbici nella manica della sua maglia di lana attillata. Fu esattamente in quell’istante che lo sentì. Un sussurro, flebile, lontano. Da dove proveniva? L’uomo la buttò a terra e calciò con violenza sulle cosce. 

Era in soffitta. “Le rose hanno petali delicati e spine nascoste” sentiva nella sua mente, o forse era veramente una voce, da qualche parte? Era sua nonna che aveva usato quelle parole, tanti anni prima. Allora capì.

Per lei il tesoro era soltanto un gioco luminoso. Alzava gli orecchini al sole immaginando che stelle verdi prendessero vita dalle conchiglie. Il ladro aveva rovistato dappertutto, scoprendo che non aveva gioielli, e non aveva soldi in casa. Perché mai avrebbe dovuto? Con il cuore che pulsava gli aveva detto dove trovare due orecchini di smeraldo. Se aveva problemi di droga sarebbe stato abbastanza per placare la sua rabbia. Lo sentì imprecare mentre saliva la scala a pioli per raggiungere la soffitta. Nonostante fosse legata ai polsi e alla vita, la fortuna sembrò dalla sua parte, quando, con un colpo secco, una gamba della sedia dove era bloccata, decise di staccarsi. Cadde all’indietro, e la forbice sgusciò vicino al suo pollice, invitandola a salvarsi. Con una manovra inprovvisata tagliò la corda e liberò le braccia schiacciate dal peso della sedia, la vita, e si alzò.

La voce l’aveva raggiunta, da quel camino di cartone. I petali e le spine. La sedia. La scatola di fiammiferi. I dettagli di una casa delle bambole l’avevano accompagnata in quell’inferno, e ora doveva uscirne nello stesso modo. Si alzò in piedi e con la testa alzò il coperchio della cassapanca nell’entrata. Doveva esserci qualcosa lì dentro, ne era certa. Doveva esserci. Sentì i suoi ricordi color glicine frantumarsi in mille pezzi al piano superiore. Cartoline, riviste scientifiche, il menù del matrimonio, le vecchie divise blu della scuola. E poi lo trovò. John Aveva fatto un corso di tiro al piattello, qualche anno prima, e aveva ottenuto il porto d’armi. Quando i figli erano cresciuti, aveva comprato un fucile. «Non si sa mai», le aveva detto con un caffè tra le mani dopo averlo riposto al sicuro. Le aveva spiegato come si caricava, e come sparare. Eppure se l’era completamente dimenticato.

Sentì i suoi passi raggiungerla velocemente, mentre imprecava qualcosa contro di lei. A quanto pare il bottino non era sufficiente per lasciarla andare. Ma ormai era troppo tardi. Un colpo di fucile e la maschera anonima si spaccò a metà, facendo colare un liquido rosso dall’occhio sinistro. Aveva centrato la sua testa, non sapeva come. Gli smeraldi caddero a terra, tingendosi di morte.

Futuro.

«Hai paura dell’intervento?» John le sorrise, cercando di confortarla. Gaia aveva scelto correttamente il regalo per suo nipote, cercando tra le vetrine allestite con piccoli villaggi innevati, treni, giostre di cavalli e laghetti ghiacciati. Non aveva timore. Lei già sapeva cosa stava per accadere. Noè aveva costruito l’arca ascoltando una voce. Una voce che gli diceva cosa fare. Era così che si era messa il cuore in pace, accettando la voce, quando era tornata. Da quel giorno orribile, gli smeraldi erano rimasti in un piccolo portagioie nel comodino della sua camera, proprio come quando era bambina.

E poi, una notte di luglio, tanti anni dopo, avevano parlato di nuovo. Ora non restava che fare ciò che era giusto. Il suo nipotino avrebbe avuto bisogno di lei, ma Gaia non ci sarebbe stata. Rispose al sorriso del marito senza rispondere, e raggiunse il bambino seduto di fronte al camino del salotto, intento a giocare con i suoi nuovi giochi.

«La vedi quella botola dentro alla nave dei pirati?» Gaia sorrise al piccolo Brian. «È un posto segreto, dove puoi nascondere il tuo tesoro. Magari la croce blu che ti ho regalato». Lui balzò in piedi con un lampo negli occhi, e corse a cercare il suo gioiello. Poi lo mise al sicuro, e prese tra le mani il suo strano pirata con una mannaia di plastica. La nonna aveva dipinto il nome della barca su un fianco: McDonald’s. La vita che scorreva nelle nuove vene, sarebbe stata preservata grazie a quell’ultimo, importante, regalo di Natale. Non era forse l’unica cosa importante?

Questo è un racconto  che ha partecipato a un concorso organizzato da Giulio Mozzi, e NON è stato selezionato tra i finalisti. A questo link potete trovare le regole del gioco.

   

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Di prossima pubblicazione.

Amaranta, la collana che dirigo per Antonio Tombolini Editore, ha come prossima uscita un romanzo che tratta di stregoneria tradizionale. Una storia che fonde antiche credenze, folklore e ricette, che a tratti non si  discosta da un attento saggio esoterico sul tema, e che sarà in grado di trasportarvi dove accettare il miglior dono possibile: la conoscenza. Ci vediamo in Primavera.

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Taccuino d’Irlanda

       Stai progettando un viaggio in Irlanda? O sei già li? Flook, l’app creata da Federico Moccia (si,quello dei lucchetti) e l’amico d’infanzia Guido Silvestri presenta il primo Taccuino di Viaggio multimediale, scritto da me. Dopo Tu sei ossessione, romanzo di Moccia uscito sia per Mondadori e sia su Flook, il catalogo si arricchisce.
Il mio taccuino è un vero “Carnet de Voyage” dove potrai annotare i tuoi ricordi, ma anche le tue emozioni improvvise, proprio mentre viaggi, o quando preferisci. 
Un compagno di viaggio fidato, sempre con te, accessibile dal tuo smartphone, tablet o PC, via web o App, dove scrivere i tuoi appunti, ma anche caricare foto, video e musiche. Che cosa aspetti? Raggiungimi su FLOOK.

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Amaranta e il mare.

Nella foto Paola Chiozza, che ha totalizzato più di un milione e mezzo di letture su wattpad e con il suo romanzo d’esordio “Politicamente scorretto” è entrata a far parte delle autrici Amaranta. Lei è la mia prima avventura di scouting editoriale. Quando ho letto su wattpad per settimane intere diversi romanzi in cerca di nuovi talenti, ho continuato a sognare l’incontro letterario con la storia d’amore perfetta: brillante, divertente e fuori dal comune. Posso affermare di averla trovata. 

All’inizio del 2016 la collana è stata ufficialmente inaugurata da un mio giallo a tinte rosa, per poi lasciare spazio alle mie prime tre autrici: Paola Chiozza, Roberta Marcaccio e Cinzia Marini. Tre scrittrici arrivate con modalità completamente differenti, con grande talento e che mi hanno arricchito, professionalmente ma soprattutto umanamente. Cerco qualcosa, nelle pagine di un libro, che faccia smuovere le emozioni,  per poi provare a dare un’impronta unica a questa collana che immodestamente dirigo (citazione presa in prestito dal grande Michele Marziani, anche lui della tribù Tombolini). Sono nati così i primi quattro titoli. Storie estremamente lontane tra loro, per una narrativa rosa non convenzionale e libera di sperimentare. Una sola parola d’ordine: qualità. E il mio sogno, sul serio, è che Amaranta non sia un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso verso il successo. Vedo Amaranta come un piccolo porto in una baia tranquilla, con i pescatori che partono pieni di speranze.  Le reti e le canne da pesca sono  in mano alle persone, solamente l’esperienza, la capacità e un pizzico di fortuna decideranno con quale bottino potranno tornare. Io però mi sento realizzata semplicemente nel mettere in spalla tutto il materiale alle mie autrici e ad augurare a tutte buon viaggio verso la realizzazione dei loro desideri. Spesso gli aspiranti autori non lo sanno, perché reputano il semplice fatto di essere pubblicati per la prima volta un punto di arrivo. No, quella è la barca, poi fuori c’è il mare.

Le copertine dei libri della collana sono create dalla bravissima Marta D’Asaro, e approfitto del mio spazio virtuale per ringraziare tutta la redazione di Antonio Tombolini Editore, per avermi dato la possibilità di crescere non solo come autrice, ma soprattutto nelle vesti di curatrice, editor e cercatrice di tesori!
 

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Il peso sul cuore

Le parole del direttore editoriale Michele Marziani, riguardo alla scelta di inserire il mio romanzo ambientato in Irlanda nella sua collana:

”Oceania è la collana di narrativa in lingua italiana di Antonio Tombolini Editore che pubblica autori che vivono all’estero e che quindi portano inevitabilmente con sé altri punti di vista. È il caso anche de Il peso sul cuore, che ho letto con grande curiosità quando mi è arrivato direttamente dall’Irlanda. Non c’è che dire, è una storia particolare questa di Amanda Pitto Melling, che racconta della giovane Erica che vive in Liguria insieme alla madre e alla nonna. Le tre gestiscono insieme un panificio-negozio di alimentari. Erica ama fare il pane e le focacce ed è una grande appassionata di cucina. La sua vita trascorre tranquilla, al ritmo della quotidianità, fino a quando la famiglia riceve l’invito ad andare in Irlanda, nel piccolo villaggio di Cong, per l’apertura di un B&B gestito da un certo Finn. In risposta alla sua curiosità, Erica scopre che sua zia Flora, di cui ha sempre saputo poco, aveva seguito anni prima un irlandese di cui si era innamorata, Finn appunto, ma che un giorno era sparita e non aveva più fatto ritorno, né in Irlanda né in Italia. Erica coglie l’occasione offertale dall’invito e si reca a Cong, dove conosce Finn e suo nipote Brian. Trascorre alcune settimane alla ricerca della verità sulla sparizione della zia. E da qui il romanzo va avanti ma noi ci fermiamo. Una lettura che piacerà a chi ama i riferimenti alla tradizione celtica. C’è un messaggio profondo, ci sono personaggi che sono ben costruiti, c’è una bella atmosfera con intriganti riferimenti culinari. E soprattutto c’è l’Irlanda, la stessa nella quale vive l’autrice. Ecco perché ho deciso di pubblicarlo”.