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I librigame.

    È on line un mio nuovo articolo su Il Colophon,  leggilo qui. Questo numero è dedicato alla letteratura per l’infanzia, e ho deciso di ricordare i librigame, una mia grande passione. Si tratta di un articolo a quattro mani, in collaborazione con Massimo Lazzari, creato  con la formula del vecchio librogame, per veri nostalgici. Buona lettura. 

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    Il Colophon

    Nel numero di aprile della rivista Il Colophon, tutto dedicato all’Irlanda, potete trovare un articolo sul perché io ami così tanto l’isola di smeraldo, una recensione al mio romanzo Il peso sul cuore scritta da Carla Casazza, e molti altri articoli e racconti interessanti. Leggetelo. È gratis, e soprattutto bello. Recentemente ne ha parlato pure il sito della Treccani. Fate click proprio QUI, e buona lettura.

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    Lo stato sociale dello scrittore.

    Oggi voglio scrivere un  articolo su una cosa piuttosto spiacevole che mi è successa in un forum per scrittori (non è difficile immaginare quale) in questi giorni. Una persona ha scritto, in una discussione, un concetto molto pericoloso: “Se hai la terza media, mica puoi pensare di scrivere un libro”. E io su questo, dopo essermi arrabbiata molto, ci ho riflettuto. Sono rimasta colpita da tutto il contorno (insipido quanto delle verdure surgelate scadenti), perché in quella discussione, ho fatto presente che faccio parte proprio di quella categoria di persone che non ha studiato, ma ha osato scrivere, facendo anche notare che avendo una disabilità (la stessa che ora hanno i miei due figli più grandi, che soffrono di autismo) forse non ho potuto molto “ascoltare” ciò che aveva da insegnare la scuola. Ma ho letto tanto. Così tanto che in seguito, crescendo, ho donato migliaia di libri alle biblioteche, non avendo più spazio in casa. Perché chi soffre di autismo spesso si rifugia nel mondo che reputa più sicuro. Ecco, il mio era, ed è, dentro ai romanzi. Mi dispiace se è soltanto l’esperienza a darmi le parole da utilizzare in ciò che scrivo. Perché ho usato il termine “pericoloso”? Perché cercare di distruggere gli altri con la discriminazione è deleterio  per se stessi ma inquina anche i terreni neutrali, dove ognuno coltiva i suoi sogni e le sue speranze. Riguardo alla scrittura, mi piace pensare che le emozioni che noi viviamo, le sofferenze che ci accompagnano, siano poi lo stimolo che porta a squarciare quel velo pesante di sensazioni insipide per non essere, come scrittori, tediosi. Sono tante le cose a cui ho pensato. Poi, la persona che mi vive accanto, mi ha fatto una domanda che ha cambiato completamente la mia visione delle cose: «Credi che se tu un giorno fossi una scrittrice famosa e con un enorme successo, le persone inizierebbero a rispettarti?» Un teatrino nella testa mi è partito in pura autonomia: da Fabio Volo fino a Federico Moccia  (primi in classifica a ricevere insulti nel web), dalla Littizzetto alla Lucarelli (per chi le ha prese di mira, non ne fanno mai una giusta), per sconfinare poi in qualsiasi altro campo. A tal proposito, qualcuno si ricorda dei commenti sull’aspetto fisico dell’astronauta Cristoforetti? Insomma, l’abitudine a distruggere chiunque capiti a tiro non guarda in faccia a nessun successo, a nessun merito e a nessun talento. Così è nata un’immagine per il mio profilo Instagram, che oggi condivido nell’articolo. Che uno scrittore  abbia pubblicato con una piccola casa editrice, o abbia venduto milioni di copie con una big, non avrà mai nessuna possibilità di ottere il rispetto dell’italiano medio. Fa schifo? Si, eccome. 

    Ma argomentiamo l’immagine. Io ho creato un fantomatico antagonista un po’ cafone, ma vi assicuro che si potrebbero allargare tranquillamente gli orizzonti, includendo  categorie di persone un po’ invidiose che si incontrano tutti giorni, soprattutto virtualmente. Cosa significa pubblicare con un editore piccolo? Significa che tu scrittore non avrai in bella vista il tuo libro  a poca distanza dalle banane, che all’autogrill nessun camionista urterà il romanzo tirando un’imprecazione e lasciandolo a terra, che nessuno ti chiederà un autografo al ristorante, o una dedica, perché guarda caso il vicino di tavolo aspettava la sua portata proprio con il tuo libro in mano. Diciamo che potremmo includere in questa categoria ogni sfumatura di successo definito “soft”. Eh si, perché all’uomo moderno, che si aggira per i  centri commerciali sfoggiando elastici della mutanda firmati, fotte sega se tu pubblichi con una casa editrice valorosa ma piccola, che promuove eventi culturali, o se tu hai vinto premi letterari. Lui vuole le prove. Ti punta le vetrine dove sta facendo “vasca” guardando le fighe di turno, e ti chiede con aria di sfida: «Dove diavolo sei? Guarda: lì c’è Emma Marrone, e lì ci  sono i Pantellas. Tu dove cazzo sei? Vedi?  E allora muto, pezzente». Insomma, in questa società tutto fast e brand, non esisti!  E se invece sei dall’altra parte? Se hai venduto milioni di copie, magari sei stato tradotto, insomma, sei pure diventato ricco? Er mutanda cosa avrà da dire? Beh, in quel caso,  per principio, stai un po’ sui maroni perché hai fatto i money. Poi insomma, suo cugino scrive anche meglio. Non è che adesso perché leggono le tue minchiate vuol dire che sei bravo, calma. Sei sempre un coglione!

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    I miei primi 40 anni.

    Il muschio strappato nei sentieri umidi a dicembre per creare il villaggio di Natale, lo scroscio continuo del torrente che entra timidamente dalla finestra socchiusa, i passi degli animali sui tetti di pietra dei rifugi, il profumo della polenta tra i cerchi roventi della stufa a legna, il pane dell’antico forno del paese, l’acqua gelida che brucia i piedi, gli spiedini sui piatti di carta alle feste degli alpini, il Tango delle capinere, i pesciolini fritti sulla riva di un fiume ammazzando zanzare, le Espadrillas che inciampano sui ciottoli, il gelato alla nocciola ascoltando il juke box, la manina da tirare alle finestre che profuma ancora di sale, La Lambada, i Roxette, il bombolone alla crema di prima mattina sul lungo mare, Velluto blu al cinema all’aperto, i pezzi di carta attaccati con la molletta da stendere alla bici, la collezione di gomme del Mulino Bianco, le figurine degli Sgorbions, La storia infinita, Il mago di Oz, gli occhiali a raggi x, le scimmie di mare, la pizza che sa ancora di legna, il chinotto, il panino al tonno giocando a nascondino, il Bella ciao del nonno, Mila e Shiro, il crescione raccolto a pelo dell’acqua, le trote marmorate, e anche quelle salmonate, il Natale dell’89, quando mio padre è morto sotto un camion a Zurigo, i vent’anni di lettere dal carcere di Opera, i lunghi corridoi che accompagnano la paura di incrociare lo sguardo di mia madre, il rumore delle porte blindate, e sapere di essere soli, veramente soli al mondo. Poi però c’è Siamo solo noi, e La Combriccola del Blasco, il moonwalk di Michael Jackson, il camion con le damigiane di vino sincero, tutto lì da imbottigliare, le suore che immergono i centrini nello zucchero, i Goonies, le caramelle alla violetta, I racconti della cripta, la cioccolata calda invece della scuola, le telefonate segrete dentro alle cabine telefoniche, la pila sotto alle coperte per leggere i fumetti, La Pimpa, la focaccia ligure che straborda d’olio, Robert Miles, il motorino senza casco. E ancora i boschi imponenti, la lavanda essicata nei cesti di vimini, gli Enigma, Amori e incantesimi, il silenzio nelle lunghe passeggiate tra le castagne cadute, la solitudine che abbraccia la bellezza, nella terra rossa e aspra biellese. Le notti con i falò, Ele Pauletti e l’ arte, l’idromele, le feste celtiche, i tamburi, la danza, la spiritualità, Stonehenge, il pozzo di Glastonbury, i tatuaggi, il destino che ti si butta addosso tra il gracchiare dei corvi, le scogliere che squarciano il velo, il verde, il verde, il verde, la musica che diventa sera, Galway girl, P.S. I love you, lo stufato alla birra, il vento che punge nelle ossa, il caffè lungo che le scalda, e l’oceano selvaggio con le sue leggende. E poi finiscono i miei primi quarant’anni, nel suono segreto delle conchiglie raccolte dai miei figli Morgan Thor, Liam Taran e Gordon Brian. Tre nomi che parlano di Dei, colline, mare e combattenti. Siamo fatti così, viviamo dentro alle cose che la nostra mente ha toccato, il nostro cuore assaggiato e gli occhi dipinto. E gli anni scivolano dentro alle immagini che ci accompagnano ancora.

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    L’ultimo regalo.

    Passato.

    «Lo vedi quel pezzo di cartone? È solamente appoggiato. Sembra un camino, ma in realtà è un’intercapedine. Serve a nascondere quello che preferisci. Hai qualcosa da metterci? Magari quegli orecchini verdi che ti ho regalato? » La nonna sorrise cercando di motivare Gaia. «Quelli a forma di conchiglia?». La bambina si alzò di scatto e raggiunse il cofanetto rosa sul suo comodino. Tirò fuori il suo tesoro e sul palmo della mano lo portò a destinazione. «Così saranno per sempre in un posto segreto». 

    Aprì un occhio e controllò la sveglia. Le sette e un quarto. Ogni anno si prefissava di dormire almeno fino alle dieci, ma il Natale era capace di farla agitare ancora prima di mettersi ai fornelli. Quel sogno l’accompagnava da così tanto tempo da averci fatto l’abitudine. La casa delle bambole, quella che le avevano regalato quando aveva dodici anni, tornava nella sua mente a sostituire tutte le preoccupazioni logistiche del pranzo. Era iniziato esattamente dopo la morte della nonna, e quel sogno era così familiare, così normale, che si era trasformato anch’esso in una tradizione. Un giorno si era ritrovata a tavola di fronte a un roast beef e grazie a un bicchiere di Merlot di troppo aveva svelato ai suoi figli la storia della casa color glicine. Era un Natale come un altro, raccontò, quando suo padre arrivò con una costruzione in miniatura degna della migliore tradizione vittoriana. Poi la nonna ci aveva messo le mani, facendo un foro e coprendolo con un caminetto dipinto con colori ad olio, spaccando una gamba alla sedia intagliata alla scrivania del salotto, e posizionando una cassapanca creata con una scatola di fiammiferi all’entrata. Aveva chiesto a Gaia di non toccare mai quella scatola, di lasciarla lì per sempre. Come tutte le bambine curiose un pomeriggio, mentre era tutta sola, aveva aperto la finta cassapanca, scoprendo che era vuota. Crescendo però, e scoprendo che la nonna era stata portata via da un brutto male pochi mesi dopo quel regalo, aveva immaginato che le sue stranezze fossero dovute al declino nella sua mente. Prima di morire le aveva raccomandato, in pieno delirio, di lasciare quella scatola di fiammiferi al suo posto, e di tenere il suo tesoro nascosto. 

    Si era ritrovata a sistemare la sedia rotta con dello scotch, per poter sedere la sua bambola di porcellana e fingere che fosse intenta a fare i compiti come lei. La nonna l’aveva vestita da fioraia, e continuava a ripetere che le rose avevano petali delicati e spine nascoste, come la vita. Le sue amiche, abituate a vestire le loro bambole con tulle rosa confetto e pettinare i loro capelli setosi, spesso ridevano osservando la coda di cavallo e il grembiule verde militare, che stonavano in quella casa allestita con gusto e curata in ogni minimo dettaglio. Crescendo Gaia inconsapevolmente si era ritrovata in una villa molto simile, nella periferia londinese. I casi della vita.

    Presente.

    «Dammi i soldi o ti taglio la gola, stupida puttana».

    L’uomo, coperto da una maschera bianca anonima le spinse la testa per terra. Quella notte tutti sapevano che Gaia era sola in casa. Suo marito era partito per un convegno in Australia, e i giornali ne avevano parlato: John Everett, noto chirurgo plastico di Londra, avrebbe ricevuto un premio alla carriera durante il convegno annuale a Melbourne a cavallo tra Natale e Capodanno. I figli all’università, le luci spente, fuori il silenzio e la nebbia a coprire i lampioni illuminati. Lui le aveva regalato un mazzo di rose blu, prima di andarsene, che lei aveva appoggiato sul tavolo in sala da pranzo, correndo a salvare una confezione di thai red chicken curry che stava per scoppiare nel microonde. Erano ormai le nove e mezza quando aveva iniziato a tagliare i gambi dei fiori con la forbice da cucina, pungendosi distrattamente l’indice sinistro con una spina. 

    «Lo so che sei piena di gioielli. Se non vuoi morire, tirali fuori».

    Si era sentita osservata, mentre posava lentamente le rose nel vaso di cristallo. Ma non aveva capito. Poi qualcuno l’aveva bloccata alle spalle, spingendo una punta fredda nei reni. Fece solamente in tempo a nascondere le forbici nella manica della sua maglia di lana attillata. Fu esattamente in quell’istante che lo sentì. Un sussurro, flebile, lontano. Da dove proveniva? L’uomo la buttò a terra e calciò con violenza sulle cosce. 

    Era in soffitta. “Le rose hanno petali delicati e spine nascoste” sentiva nella sua mente, o forse era veramente una voce, da qualche parte? Era sua nonna che aveva usato quelle parole, tanti anni prima. Allora capì.

    Per lei il tesoro era soltanto un gioco luminoso. Alzava gli orecchini al sole immaginando che stelle verdi prendessero vita dalle conchiglie. Il ladro aveva rovistato dappertutto, scoprendo che non aveva gioielli, e non aveva soldi in casa. Perché mai avrebbe dovuto? Con il cuore che pulsava gli aveva detto dove trovare due orecchini di smeraldo. Se aveva problemi di droga sarebbe stato abbastanza per placare la sua rabbia. Lo sentì imprecare mentre saliva la scala a pioli per raggiungere la soffitta. Nonostante fosse legata ai polsi e alla vita, la fortuna sembrò dalla sua parte, quando, con un colpo secco, una gamba della sedia dove era bloccata, decise di staccarsi. Cadde all’indietro, e la forbice sgusciò vicino al suo pollice, invitandola a salvarsi. Con una manovra inprovvisata tagliò la corda e liberò le braccia schiacciate dal peso della sedia, la vita, e si alzò.

    La voce l’aveva raggiunta, da quel camino di cartone. I petali e le spine. La sedia. La scatola di fiammiferi. I dettagli di una casa delle bambole l’avevano accompagnata in quell’inferno, e ora doveva uscirne nello stesso modo. Si alzò in piedi e con la testa alzò il coperchio della cassapanca nell’entrata. Doveva esserci qualcosa lì dentro, ne era certa. Doveva esserci. Sentì i suoi ricordi color glicine frantumarsi in mille pezzi al piano superiore. Cartoline, riviste scientifiche, il menù del matrimonio, le vecchie divise blu della scuola. E poi lo trovò. John Aveva fatto un corso di tiro al piattello, qualche anno prima, e aveva ottenuto il porto d’armi. Quando i figli erano cresciuti, aveva comprato un fucile. «Non si sa mai», le aveva detto con un caffè tra le mani dopo averlo riposto al sicuro. Le aveva spiegato come si caricava, e come sparare. Eppure se l’era completamente dimenticato.

    Sentì i suoi passi raggiungerla velocemente, mentre imprecava qualcosa contro di lei. A quanto pare il bottino non era sufficiente per lasciarla andare. Ma ormai era troppo tardi. Un colpo di fucile e la maschera anonima si spaccò a metà, facendo colare un liquido rosso dall’occhio sinistro. Aveva centrato la sua testa, non sapeva come. Gli smeraldi caddero a terra, tingendosi di morte.

    Futuro.

    «Hai paura dell’intervento?» John le sorrise, cercando di confortarla. Gaia aveva scelto correttamente il regalo per suo nipote, cercando tra le vetrine allestite con piccoli villaggi innevati, treni, giostre di cavalli e laghetti ghiacciati. Non aveva timore. Lei già sapeva cosa stava per accadere. Noè aveva costruito l’arca ascoltando una voce. Una voce che gli diceva cosa fare. Era così che si era messa il cuore in pace, accettando la voce, quando era tornata. Da quel giorno orribile, gli smeraldi erano rimasti in un piccolo portagioie nel comodino della sua camera, proprio come quando era bambina.

    E poi, una notte di luglio, tanti anni dopo, avevano parlato di nuovo. Ora non restava che fare ciò che era giusto. Il suo nipotino avrebbe avuto bisogno di lei, ma Gaia non ci sarebbe stata. Rispose al sorriso del marito senza rispondere, e raggiunse il bambino seduto di fronte al camino del salotto, intento a giocare con i suoi nuovi giochi.

    «La vedi quella botola dentro alla nave dei pirati?» Gaia sorrise al piccolo Brian. «È un posto segreto, dove puoi nascondere il tuo tesoro. Magari la croce blu che ti ho regalato». Lui balzò in piedi con un lampo negli occhi, e corse a cercare il suo gioiello. Poi lo mise al sicuro, e prese tra le mani il suo strano pirata con una mannaia di plastica. La nonna aveva dipinto il nome della barca su un fianco: McDonald’s. La vita che scorreva nelle nuove vene, sarebbe stata preservata grazie a quell’ultimo, importante, regalo di Natale. Non era forse l’unica cosa importante?

    Questo è un racconto  che ha partecipato a un concorso organizzato da Giulio Mozzi, e NON è stato selezionato tra i finalisti. A questo link potete trovare le regole del gioco.

       

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    Di prossima pubblicazione.

    Amaranta, la collana che dirigo per Antonio Tombolini Editore, ha come prossima uscita un romanzo che tratta di stregoneria tradizionale. Una storia che fonde antiche credenze, folklore e ricette, che a tratti non si  discosta da un attento saggio esoterico sul tema, e che sarà in grado di trasportarvi dove accettare il miglior dono possibile: la conoscenza. Ci vediamo in Primavera.

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    Taccuino d’Irlanda

           Stai progettando un viaggio in Irlanda? O sei già li? Flook, l’app creata da Federico Moccia (si,quello dei lucchetti) e l’amico d’infanzia Guido Silvestri presenta il primo Taccuino di Viaggio multimediale, scritto da me. Dopo Tu sei ossessione, romanzo di Moccia uscito sia per Mondadori e sia su Flook, il catalogo si arricchisce.
    Il mio taccuino è un vero “Carnet de Voyage” dove potrai annotare i tuoi ricordi, ma anche le tue emozioni improvvise, proprio mentre viaggi, o quando preferisci. 
    Un compagno di viaggio fidato, sempre con te, accessibile dal tuo smartphone, tablet o PC, via web o App, dove scrivere i tuoi appunti, ma anche caricare foto, video e musiche. Che cosa aspetti? Raggiungimi su FLOOK.