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Silenzio.

Un racconto per Il colophon, dove ho riflettuto sul desiderio di non sentire nulla, dentro e fuori di sé, per sopravvivere al mondo in movimento.

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Irriverenza alla francese.

Il marchese De Sade, ovvero come il tempo cambia l’immoralità.

Secondo l’enciclopedia Treccani il sadismo è un disturbo della personalità caratterizzato da un comportamento aggressivo, crudele e umiliante nei confronti degli altri. Insomma, in poche parole, l’atteggiamento abituale di molta gente proprietaria di una connessione internet. No, non è uno scherzo, se volessimo dare un volto oggi al sadismo, che caratterizzi questo momento storico, sarebbe certamente il cyberbullismo, che accompagna la quotidianità di ogni individuo in pausa caffè, pausa pranzo e forse pausa tutto. Eppure, non tutti sanno che l’origine di questa parola (sadismo), deriva da un personaggio francese, un certo Marchese Donatien-Alphonse-François de Sade, scrittore di romanzi, racconti, saggi e drammi teatrali, libero pensatore irriverente, e per alcuni personaggio completamente svitato, famoso, o per meglio dire famigerato, grazie alle sue teorie filosofiche piuttosto provocatorie.

Continua a leggere il mio nuovo articolo per Il Colophon qui.

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I librigame.

    È on line un mio nuovo articolo su Il Colophon,  leggilo qui. Questo numero è dedicato alla letteratura per l’infanzia, e ho deciso di ricordare i librigame, una mia grande passione. Si tratta di un articolo a quattro mani, in collaborazione con Massimo Lazzari, creato  con la formula del vecchio librogame, per veri nostalgici. Buona lettura. 

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    Il Colophon

    Nel numero di aprile della rivista Il Colophon, tutto dedicato all’Irlanda, potete trovare un articolo sul perché io ami così tanto l’isola di smeraldo, una recensione al mio romanzo Il peso sul cuore scritta da Carla Casazza, e molti altri articoli e racconti interessanti. Leggetelo. È gratis, e soprattutto bello. Recentemente ne ha parlato pure il sito della Treccani. Fate click proprio QUI, e buona lettura.

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    Lo stato sociale dello scrittore.

    Oggi voglio scrivere un  articolo su una cosa piuttosto spiacevole che mi è successa in un forum per scrittori (non è difficile immaginare quale) in questi giorni. Una persona ha scritto, in una discussione, un concetto molto pericoloso: “Se hai la terza media, mica puoi pensare di scrivere un libro”. E io su questo, dopo essermi arrabbiata molto, ci ho riflettuto. Sono rimasta colpita da tutto il contorno (insipido quanto delle verdure surgelate scadenti), perché in quella discussione, ho fatto presente che faccio parte proprio di quella categoria di persone che non ha studiato, ma ha osato scrivere, facendo anche notare che avendo una disabilità (la stessa che ora hanno i miei due figli più grandi, che soffrono di autismo) forse non ho potuto molto “ascoltare” ciò che aveva da insegnare la scuola. Ma ho letto tanto. Così tanto che in seguito, crescendo, ho donato migliaia di libri alle biblioteche, non avendo più spazio in casa. Perché chi soffre di autismo spesso si rifugia nel mondo che reputa più sicuro. Ecco, il mio era, ed è, dentro ai romanzi. Mi dispiace se è soltanto l’esperienza a darmi le parole da utilizzare in ciò che scrivo. Perché ho usato il termine “pericoloso”? Perché cercare di distruggere gli altri con la discriminazione è deleterio  per se stessi ma inquina anche i terreni neutrali, dove ognuno coltiva i suoi sogni e le sue speranze. Riguardo alla scrittura, mi piace pensare che le emozioni che noi viviamo, le sofferenze che ci accompagnano, siano poi lo stimolo che porta a squarciare quel velo pesante di sensazioni insipide per non essere, come scrittori, tediosi. Sono tante le cose a cui ho pensato. Poi, la persona che mi vive accanto, mi ha fatto una domanda che ha cambiato completamente la mia visione delle cose: «Credi che se tu un giorno fossi una scrittrice famosa e con un enorme successo, le persone inizierebbero a rispettarti?» Un teatrino nella testa mi è partito in pura autonomia: da Fabio Volo fino a Federico Moccia  (primi in classifica a ricevere insulti nel web), dalla Littizzetto alla Lucarelli (per chi le ha prese di mira, non ne fanno mai una giusta), per sconfinare poi in qualsiasi altro campo. A tal proposito, qualcuno si ricorda dei commenti sull’aspetto fisico dell’astronauta Cristoforetti? Insomma, l’abitudine a distruggere chiunque capiti a tiro non guarda in faccia a nessun successo, a nessun merito e a nessun talento. Così è nata un’immagine per il mio profilo Instagram, che oggi condivido nell’articolo. Che uno scrittore  abbia pubblicato con una piccola casa editrice, o abbia venduto milioni di copie con una big, non avrà mai nessuna possibilità di ottere il rispetto dell’italiano medio. Fa schifo? Si, eccome. 

    Ma argomentiamo l’immagine. Io ho creato un fantomatico antagonista un po’ cafone, ma vi assicuro che si potrebbero allargare tranquillamente gli orizzonti, includendo  categorie di persone un po’ invidiose che si incontrano tutti giorni, soprattutto virtualmente. Cosa significa pubblicare con un editore piccolo? Significa che tu scrittore non avrai in bella vista il tuo libro  a poca distanza dalle banane, che all’autogrill nessun camionista urterà il romanzo tirando un’imprecazione e lasciandolo a terra, che nessuno ti chiederà un autografo al ristorante, o una dedica, perché guarda caso il vicino di tavolo aspettava la sua portata proprio con il tuo libro in mano. Diciamo che potremmo includere in questa categoria ogni sfumatura di successo definito “soft”. Eh si, perché all’uomo moderno, che si aggira per i  centri commerciali sfoggiando elastici della mutanda firmati, fotte sega se tu pubblichi con una casa editrice valorosa ma piccola, che promuove eventi culturali, o se tu hai vinto premi letterari. Lui vuole le prove. Ti punta le vetrine dove sta facendo “vasca” guardando le fighe di turno, e ti chiede con aria di sfida: «Dove diavolo sei? Guarda: lì c’è Emma Marrone, e lì ci  sono i Pantellas. Tu dove cazzo sei? Vedi?  E allora muto, pezzente». Insomma, in questa società tutto fast e brand, non esisti!  E se invece sei dall’altra parte? Se hai venduto milioni di copie, magari sei stato tradotto, insomma, sei pure diventato ricco? Er mutanda cosa avrà da dire? Beh, in quel caso,  per principio, stai un po’ sui maroni perché hai fatto i money. Poi insomma, suo cugino scrive anche meglio. Non è che adesso perché leggono le tue minchiate vuol dire che sei bravo, calma. Sei sempre un coglione!

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    I miei primi 40 anni.

    Il muschio strappato nei sentieri umidi a dicembre per creare il villaggio di Natale, lo scroscio continuo del torrente che entra timidamente dalla finestra socchiusa, i passi degli animali sui tetti di pietra dei rifugi, il profumo della polenta tra i cerchi roventi della stufa a legna, il pane dell’antico forno del paese, l’acqua gelida che brucia i piedi, gli spiedini sui piatti di carta alle feste degli alpini, il Tango delle capinere, i pesciolini fritti sulla riva di un fiume ammazzando zanzare, le Espadrillas che inciampano sui ciottoli, il gelato alla nocciola ascoltando il juke box, la manina da tirare alle finestre che profuma ancora di sale, La Lambada, i Roxette, il bombolone alla crema di prima mattina sul lungo mare, Velluto blu al cinema all’aperto, i pezzi di carta attaccati con la molletta da stendere alla bici, la collezione di gomme del Mulino Bianco, le figurine degli Sgorbions, La storia infinita, Il mago di Oz, gli occhiali a raggi x, le scimmie di mare, la pizza che sa ancora di legna, il chinotto, il panino al tonno giocando a nascondino, il Bella ciao del nonno, Mila e Shiro, il crescione raccolto a pelo dell’acqua, le trote marmorate, e anche quelle salmonate, il Natale dell’89, quando mio padre è morto sotto un camion a Zurigo, i vent’anni di lettere dal carcere di Opera, i lunghi corridoi che accompagnano la paura di incrociare lo sguardo di mia madre, il rumore delle porte blindate, e sapere di essere soli, veramente soli al mondo. Poi però c’è Siamo solo noi, e La Combriccola del Blasco, il moonwalk di Michael Jackson, il camion con le damigiane di vino sincero, tutto lì da imbottigliare, le suore che immergono i centrini nello zucchero, i Goonies, le caramelle alla violetta, I racconti della cripta, la cioccolata calda invece della scuola, le telefonate segrete dentro alle cabine telefoniche, la pila sotto alle coperte per leggere i fumetti, La Pimpa, la focaccia ligure che straborda d’olio, Robert Miles, il motorino senza casco. E ancora i boschi imponenti, la lavanda essicata nei cesti di vimini, gli Enigma, Amori e incantesimi, il silenzio nelle lunghe passeggiate tra le castagne cadute, la solitudine che abbraccia la bellezza, nella terra rossa e aspra biellese. Le notti con i falò, Ele Pauletti e l’ arte, l’idromele, le feste celtiche, i tamburi, la danza, la spiritualità, Stonehenge, il pozzo di Glastonbury, i tatuaggi, il destino che ti si butta addosso tra il gracchiare dei corvi, le scogliere che squarciano il velo, il verde, il verde, il verde, la musica che diventa sera, Galway girl, P.S. I love you, lo stufato alla birra, il vento che punge nelle ossa, il caffè lungo che le scalda, e l’oceano selvaggio con le sue leggende. E poi finiscono i miei primi quarant’anni, nel suono segreto delle conchiglie raccolte dai miei figli Morgan Thor, Liam Taran e Gordon Brian. Tre nomi che parlano di Dei, colline, mare e combattenti. Siamo fatti così, viviamo dentro alle cose che la nostra mente ha toccato, il nostro cuore assaggiato e gli occhi dipinto. E gli anni scivolano dentro alle immagini che ci accompagnano ancora.